masaccio_tributo

L’ICI e i piagnistei dei monsignori

30 dicembre 2011

A nessuno piace pagare le tasse: nemmeno ai monsignori, è comprensibile. Così come è comprensibile che sui loro giornali facciano tutto quello che possono per dimostrare l’utilità sociale di possedere canoniche e appartamenti esenti ICI, scuole private con rette cospicue esenti ICI, oratori con benefici statali (legge 206/2003) e così via (e nel frattempo le scuole pubbliche cadono a pezzi, e nei quartieri disagiati mancano centri di aggregazione non confessionali). Ognuno tira l’acqua al suo mulino, e non vi è in Italia un mulino altrettanto antico e nobile di quello della Chiesa cattolica.

Sono meno comprensibili le bugie: questa insistenza a ribadire che la Chiesa l’ICI la paga – e intanto ogni anno mezzo miliardo di euro non entra nelle casse dello Stato: è un miracolo? Ma Gesù i pani e i pesci li moltiplicava, mica li sottraeva. Sono meno comprensibili i piagnistei. L’idea che qualsiasi critica alla Chiesa non possa che essere una calunnia ordita da qualche salotto laicista. Io non so nemmeno com’è fatto, un salotto laicista: in compenso ho vissuto in una parrocchia per vent’anni, mi ci sono trovato molto bene, e proprio per questo ritengo che la Chiesa debba cominciare a pagare le tasse. Con qualche arretrato. Senza bugie squallide e senza piagnistei indegni della sua storia millenaria. Mi addolora che Giuseppe Dalla Torre su Avvenire vada a scomodare “la famigerata legge Crispi del 1890″, come se davvero in Italia non si possa criticare la Chiesa senza far parte di un complotto ottocentesco (immagino anche un po’ massone) quando la realtà è tanto più banale: in questa crisi stiamo tutti pagando tanto, e vorremmo che la Chiesa facesse la sua parte. Né di più né di meno.

Dalla Torre si domanda perché la polemica, “tanto aspra e violenta” (mamma mia), abbia riguardato “solo la Chiesa cattolica”. Certo, potrebbe trattarsi di un complotto laicista che si trascina dal 1890. Oppure la Chiesa potrebbe essere l’obiettivo delle critiche più aspre perché è quella che con le esenzioni ottiene di più: mezzo miliardo, tutti gli anni, senza contare naturalmente otto per mille, cinque per mille, e tante altri generosi aiuti. O dovremmo prendercela con gli avventisti del settimo giorno? Coi sindacati? Vero, anche certe associazioni sindacali ottengono esenzioni. Ma non gestiscono che io sappia scuole private, cliniche private, catene alberghiere. Possono gestire dei doposcuola, questo sì. E – questo è il punto fondamentale – saranno doposcuola aperti anche a chi cattolico non è. Perché a mio parere è questa la vera posta in gioco: il pomeriggio dei ragazzi italiani. Dove possono andare? Cosa possono fare? La parrocchia, l’oratorio, non possono essere le uniche risposte.

Quando due settimane fa mi sono permesso di scrivere questa cosa, ho ricevuto molte risposte critiche (civili, non sdegnate: cerchiamo di abbassare un po’ i toni) da parte di gente che, come me, in parrocchia ci è cresciuta, ma che a differenza di me ci vive ancora e ci fa volontariato. In sostanza mi hanno detto quasi tutti che non esiste apartheid tra ragazzi cattolici o non cattolici, che un musulmano può fare un percorso nell’AGESCI fino in fondo, che nessuno più in oratorio guarda il certificato di battesimo. Sono convinto che in molte realtà sia così. Ma non credo che sia così dappertutto, e non credo nemmeno che sia giusto. I cattolici hanno il diritto di fare apostolato. Non è giusto considerarli dei supplenti dei servizi sociali. Soprattutto se, come i loro esponenti politici non mancano di ricordarci, hanno dei valori non negoziabili che vengono prima delle stesse leggi dello Stato.

Se in un quartiere non c’è un consultorio, non mi posso affidare al consultorio cattolico, perché banalmente per i cattolici certe pratiche legali in Italia equivalgono all’omicidio: e hanno tutto il diritto di pensarla così, ma io ho tutto il diritto di avere nel mio quartiere un consultorio pubblico, pagato con le mie tasse: non voglio pagare le tasse per quello cattolico. E il famigerato Crispi del 1890 in questo problema non c’entra nulla. Se un padre musulmano vuole che suo figlio viva i suoi pomeriggi in un contesto relativamente protetto, ha il diritto che questo genere di contesto gli sia fornito dallo Stato, con le tasse che paga; non dovrebbe doversi fidare dell’oratorio cattolico, delle assicurazioni di un prete (ma voi vi fidereste di un Imam?), e soprattutto non dovrebbe essere costretto a pagare, lui musulmano, per un servizio confessionale. Non è solo ingiusto: c’è qualcosa di empio, in questa situazione, che un uomo di Chiesa dovrebbe capire. Se accanto ai suoi valori non negoziabili ha anche una coscienza. http://leonardo.blogspot.com

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