2012-02-24 17.10.37

Addio mia biblioteca

27 febbraio 2012

Io ho avuto tante fortune nella vita, e una è questa: a un certo punto nella mia città, che è minuscola, è spuntata una delle biblioteche più belle d’Italia. Proprio nel centro pedonale, in una ex scuola elementare, ex fabbrica del truciolo, rimessa a nuovo e rivestita di dischi, videocassette, dvd, postazioni internet, e soprattutto libri… Però se vi dico che è bella, non è tanto ai libri che penso. Ci sono senz’altro biblioteche con più libri, ma non importa: basta avere un prestito interbibliotecario che funziona, dei bibliotecari che sanno il loro mestiere, e ogni biblioteca diventa quella di Babele. Ho visto biblioteche più grandi in città più grandi, biblioteche più fornite in città universitarie, ma il mio è un centro piccolissimo senza università – anche se ce ne sono quattro tutt’intorno. Quello che fa della nostra biblioteca una delle più belle d’Italia è il suo pubblico.

Studenti, pensionati, lavoratori, stranieri, nella nostra biblioteca vengono tutti: è il luogo più condiviso di tutta la mia città. La varietà di persone che ci trovi dentro non la vedi da nessun’altra parte: né in parrocchia, né in palestra, nemmeno al pronto soccorso. Forse a scuola, tra i bambini, ma gli adulti anche in piazza si tengono separati, ognuno nel suo capannello. La biblioteca è l’unico posto in cui tutti troviamo qualcosa che ci serve, la dimostrazione più bella di cos’è la cultura: non un castello che svetta nelle tenebre dell’ignoranza, ma il posto dove puoi entrare per guardare un film comico in lingua originale, e scoprire a pochi metri un romanzo di cui non avevi mai sentito parlare, un disco di Beyoncé, una fuga di Bach. La gente che viene qui anche alla domenica, dove sarebbe altrimenti? Allo stadio, al cinema, in un internet point? Probabilmente non rischierebbero mai di incontrarsi. Qui il rischio c’è, tutti i giorni, ed è fantastico.

Io ho avuto gran fortuna nella vita, ma forse non me la meritavo. Ho avuto una biblioteca meravigliosa a pochi passi da casa, e adesso sto qui a guardare mentre va in malora. Lo stesso Comune che ha deciso di aprirla, investendoci cinque milioni appena cinque anni fa, sta per lasciare a casa i 17 dipendenti che l’hanno fatta funzionare fin qui. La cosa che fa più rabbia è che non lo si può nemmeno chiamare licenziamento, perché i 17 non erano dipendenti, bensì “soci” di una cooperativa che aveva vinto già due appalti. Erano persone capaci, selezionate in base al loro profilo professionale: per diventare “socie” avevano dovuto superare la scrematura di un esame. Hanno gestito una situazione non facile, hanno lavorato per sette euro e mezzo all’ora anche il sabato e la domenica senza straordinari, dal momento che il loro contratto non ne prevedeva. Quando nel 2010 il Comune ha iniziato a ridurre l’orario, con la chiusura del lunedì, loro hanno continuato a darci dentro e il servizio è rimasto agli stessi livelli. E dal primo aprile se ne staranno a casa. Pessimo scherzo, ma com’è potuto succedere?

L’impressione è che al Comune non si siano tutti resi conto che non rinnovare una convenzione equivale a licenziare un personale molto qualificato: in fondo il contratto multi-servizi che si fa con le cooperative è lo stesso con cui si gestiscono le pulizie. Qualcuno ai piani alti era convinto che fossero ventenni, belli giovani e (dal primo aprile) disoccupati: gente che al posto fisso non ci tiene, se non c’è più posto tra gli scaffali si può sempre trovarne in un fastfood. E invece molti sono laureati, sopra la trentina, con famiglie a carico, e mutui accesi, eccetera eccetera. Quando dico che la nostra biblioteca è la più bella d’Italia, mi riferisco anche a loro, che riuscivano a portarti sempre tutto quello che cercavi, anche se era in deposito e altrove ti avrebbero detto di ripassare tra qualche ora, o il giorno dopo. Questo era fondamentale, in una biblioteca bella ma piccola, con poco spazio per gli scaffali: erano loro i nostri scaffali viventi, e senza di loro difficilmente la biblioteca funzionerà.

Al Comune dicono che saranno sostituiti da sei dipendenti che vengono da altri settori, e che il servizio continuerà allo stesso livello. Faccio i miei auguri a chi arriverà dal primo aprile, ma posso essere scettico? Non credo che potranno affrontare la stessa mole di lavoro che oggi gestivano in diciassette. Ma il Comune da qualche parte deve stringere – il solito problema – e forse la biblioteca non è così strategica dopotutto: tanto più che forse la nostra squadra di calcio sarà promossa, e quindi bisognerà rifare lo stadio. Ma il pubblico mescolato che popolava la nostra biblioteca, uomini donne e bambini, italiani e stranieri, studenti e lavoratori… chissà se allo stadio alla domenica ci va. Probabilmente molti torneranno ai loro capannelli, o se ne staranno ognuno a casa propria, senza più il rischio d’incontrarsi e magari qualche volta di piacersi.

Ultimi dettagli, di non ultima importanza: il mio Comune si chiama Carpi (MO), la biblioteca multimediale si chiama Arturo Loria, la giunta che ha preso queste decisioni è di centrosinistra. Lo è sempre stata, ma questo alla fine non è che cambi molto la questione. La metto giù semplice: per me è di sinistra chi fa cose di sinistra, e il primo esempio che mi viene in mente è una biblioteca bellissima che forse tra un mese non funzionerà più, dove la cultura non si vergognava di essere una cosa popolare. http://leonardo.blogspot.com

(Su esuberanti.altervista.org si trovano tutte le informazioni aggiornate giorno per sul caso della Biblioteca Loria di Carpi, con una rassegna stampa curata dai bibliotecari. Si può anche firmare la petizione in loro sostegno. Della biblioteca dovrebbe parlare anche la puntata di domani di Ballarò).

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