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Le “nozze gay” che dividono il PD

12 marzo 2012

Per quanto possa essere parso inelegante o semplicemente rozzo, non si può dire che il riferimento di Alfano alle “nozze gay” non abbia ottenuto un risultato: a distanza di 48 ore i dirigenti del PD – che sulla questione TAV avevano dato prova di una certa inedita compattezza – stanno litigando; addirittura la presidente Bindi contro il vice Scalfarotto. La prima dice che il no ai matrimoni gay è un “punto molto fermo“; per il secondo “il matrimonio è l’unica soluzione razionale per le coppie omosessuali“. Le posizioni, come si vede, sono piuttosto lontane da qualsiasi compromesso, che è esattamente quello che dovrebbe formulare un partito.

Non è un caso. Lo si era già capito ai tempi del disegno di legge sui DiCo: c’è una questione che più di ogni altra riesce a mostrare in controluce i punti di massima fragilità del Partito Democratico, ed è precisamente la questione del matrimonio gay. Niente riesce a polarizzare altrettanto bene laici e cattolici di centro-sinistra, che su tanti altri argomenti hanno opinioni assolutamente sovrapponibili. Alfano poteva dire tante cose e forse le ha dette, ma la piaga su cui poteva mettere il dito è una sola: tutto il resto è indolore e ce lo siamo già scordati. Le nozze gay invece fanno male: mettono contro i cattolici e i loro “valori non negoziabili” e i gay a cui è negato un diritto civile. In mezzo, una buona percentuale di elettori che forse sull’argomento non hanno una posizione chiara ma che legittimamente si aspettano che il loro partito ne formuli una, invece di trovarsi a leggere di battibecchi tra presidenti e vice.

Chi scrive è abbastanza convinto che al matrimonio omosessuale ci si arriverà. Se l’Italia riuscirà a restare agganciata alle economie e alle società più avanzate, non c’è motivo perché quello che è successo in Spagna non avvenga anche da noi. Non è tanto un problema di “se”, quanto un problema di “quando”. A tal proposito non ho motivo di dubitare della fermezza della Bindi: finché lei conterà qualcosa (e conta ancora molto) di matrimoni gay non si parlerà. Ovvero, se ne parlerà, ma soltanto per litigare, e gli ultimi ad approfittare di questi litigi saranno le coppie gay. Bisogna sempre tener conto che la Bindi non è su quella sedia di Presidente per caso: che alle primarie del 2007 fu l’unica seria avversaria di Veltroni, con una piattaforma che per certi versi era più progressista di quella del vincitore. Non è mai stata una baciapile alla Binetti, però è cattolica e i cattolici, di matrimonio gay, non intendono sentir parlare: non è un mistero, lo dicono apertamente da anni.

Tornano in mente le parole che un altro ex esponente della Margherita, Pierluigi Castagnetti, si fece sfuggire tre anni fa: “Noi abbiamo due appartenenze: una alla Chiesa, l’altra alla politica. Per me, come per Franceschini, per tutti noi cattolici, insomma, il vero “capo” è lui: il Papa. Per noi è il vicario di Dio in terra, e questo gli ex diesse dovrebbero alla fine comprenderlo”. In realtà non c’è nessun segreto: Castagnetti, la Bindi, Franceschini, non hanno mai fatto mistero di avere “due appartenenze”. Gli “ex diesse” dovrebbero comprenderlo: si può discutere di tante cose; perfino di Chiesa, finché si parla di determinati aspetti laici della questione (l’ICI, l’otto per mille) ma di sacramenti no: e per i cattolici il matrimonio in primo luogo è un sacramento. Per questo lascia perplessi l’attacco di Paola Concia alla Bindi (“non sei una buona cristiana se non metti al centro la dignità umana, il rispetto di tutti, la felicità di tutti”) : s’intende, la Concia ha tutti i diritti di sentirsi offesa, ma se pensa di poter dare lezioni di ‘buon cristianesimo’ alla Bindi casca un po’ male. Non c’è nessuna possibilità che tra l’insegnamento del Papa e i consigli di un’omosessuale sposata in Germania la Bindi possa dare maggior peso a questi ultimi. E allora che si fa?

Ci sono due strade – fermo restando che secondo me prima o poi ci arriveremo – per non arrivare al matrimonio gay nel tremilaedodici. Il primo consiste nel far uscire la questione dal PD, e in generale dal centrosinistra: dopotutto è una questione bipartisan, molti gay votano legittimamente a destra o non votano affatto. Anche nel resto del mondo, quella per i diritti civili non è necessariamente una battaglia di sinistra: vedi le aperture di Cameron sull’argomento. Invece di intestardirsi a negoziare con chi non intende negoziare (la Bindi e compagnia), i gay del centrosinistra potrebbero provare a creare una lobby trasversale ai partiti. La principale obiezione a un’ipotesi del genere è: te li immagini deputati pidiellini o leghisti sensibili a un argomento del genere? Onestamente no, almeno in questa legislatura non me li immagino, ma nemmeno mi immagino che all’improvviso la Bindi cambi idea perché la Concia le fa il catechismo. Invece una persona che dopo averne discusso con la Concia ha cambiato le sue idee è stata l’ex ministro Mara Carfagna…

La seconda strada ce l’aveva già mostrata la Bindi stessa, con la bozza sui DiCo. In sostanza si trattava di questo: visto che per i cattolici il matrimonio è in primis un sacramento, proviamo ad aggirare la questione, trasformandola in un mero problema di terminologia: inventiamo un’altra istituzione, chiamiamola Pacs o Dico o Xswf, mettiamoci dentro tutti i diritti che si aspettano i gay, e dopo un po’ nessuno farà caso alla differenza. Secondo me non era una cattiva idea, almeno per cominciare: Scalfarotto però dice che non se ne parla più: “troppi anni sono passati dal 2007″, dice, “troppo il mondo ha proceduto per poter farci ingollare una legge in cui le coppie non diventano tali perché esprimono di volerlo ma perché possono provare di aver già passato un tot di anni insieme”. Su una cosa ha ragione: non si è mai capito perché per fare un DiCo una coppia dovesse certificare qualcosa come tre anni di felice convivenza, mentre per sposarsi no. E tuttavia la legge avrebbe avuto effetto retroattivo, e avrebbe semplificato la vita di migliaia di persone: certo, non si sarebbe chiamato “matrimonio”, ma nel giro di una generazione quanti avrebbero notato la differenza?

Scalfarotto dice che è passato troppo tempo, ma per la verità sono passati appena cinque anni: cinque anni in cui tante altre coppie avrebbero potuto migliorare oggettivamente la propria condizione. Può anche darsi che il mondo abbia fatto progressi inimmaginabili, in questi cinque anni, ma nel frattempo l’Italia non sembra aver fatto alcun passo in avanti, né sul piano sociale, né su quello politico: e di questo il muro contro muro tra presidente e vicepresidente del PD mi sembra una prova eloquente. http://leonardo.blogspot.com

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